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41-bis. Detenuti mafiosi italiani e nazione sarda

La Sardegna è da sempre oggetto di mire italiane riguardanti l’ipotetica localizzazione di depositi per scorie nucleari o rifiuti speciali, la presenza significativa di istituti penitenziari di alta sicurezza o la storica concentrazione di servitù militari. Oggi siamo di fronte all’ennesima aggressione: il rafforzamento delle carceri dedicate ai detenuti mafiosi sottoposti a regimi speciali.

Il nodo della questione
Come indipendentisti non possiamo non partire dal dato più evidente, dal nodo gordiano che consente queste dinamiche. Cioè il carattere asimmetrico della relazione tra nazione sarda e Stato italiano: la nostra terra, vista con occhio italiano, è uno spazio periferico, ideale per inviarvi scorie o segmenti sociali considerati indesiderabili altrove grazie al potere di prendere decisioni di carattere coloniale, calate dall’alto, senza dialogo con le istituzioni autonome e delle comunità locali, in nome di priorità e interessi esclusivamente statali.

Scorie e detenuti mafiosi nella caienna d’Italia
La distanza geografica della nostra Isola rispetto al cuore dello Stato italiano diventa uno strumento politico-amministrativo: l’isolamento fisico viene infatti percepito come soluzione gestionale nello stoccaggio di rifiuti pericolosi o di detenuti ad alta pericolosità. Questo è possibile grazie allo sfruttamento della nostra terra per l’esigenza statale di uno spazio di contenimento, di una zona di sacrificio pressoché invisibile. La Sardegna come caienna, come territorio atto alla relegazione, alla marginalizzazione, all’eclissi di problemi concreti. Un concetto espresso anche dalla attuale Presidente della Regione Alessandra Todde, la quale, dal suo punto di vista, dovrebbe evitare di descrivere dinamiche coloniali e avere maggiore rispetto dello Stato del quale ha scelto di fare gli interessi come sottosegretaria allo sviluppo economico nel governo Conte II e come viceministra nel governo Draghi.

41-bis e impatto territoriale
Dal punto di vista sociale e criminologico l’imposizione nel territorio nazionale sardo di ulteriori istituti che ospitano detenuti per gravi reati di criminalità organizzata solleva questioni complesse da non sottovalutare, tanto che spesso sono state discusse dallo stesso mondo accademico e politico italiano.

La territorialità della pena dovrebbe essere la stella polare di un sistema giuridico e carcerario degno dell’Europa-patria-dei-diritti-umani. Invece le comunità sarde gravate dai penitenziari vanno incontro al deterioramento della reputazione complessiva del loro territorio, alla crescita di una percezione di insicurezza e alla trasformazione del tessuto sociale.

Oltre ai familiari dei detenuti che possono scegliere di trasferirsi nella nostra terra, la presenza di importanti esponenti delle mafie non fa altro che rafforzare la criminalità organizzata italiana che sta già, da almeno un ventennio, dilagando in molte zone dell’Isola. I fenomeni mafiosi hanno già ampiamente fatto mostra di sé nel nostro tessuto sociale e imprenditoriale, attirati dal facile controllo di economie illegali o grigie, a reti imprenditoriali colluse, alla debolezza delle istituzioni locali, alla mancanza di coscienza nazionale collettiva dei sardi e alla disponibilità di mercati e di opportunità di investimento. Un esempio tra tutti è quello della speculazione energetica. Sono almeno vent’anni che il nostro indipendentismo nonviolento denuncia le infiltrazioni della criminalità organizzata nel settore dell’energia rinnovabile e ne propone una gestione innovativa che possa impedire o arginare la speculazione.

L’irragionevole stupore di chi governa
Assistiamo alla periodica levata di scudi da parte della classe politica che governa la Regione Autonoma. Indignazione, appelli alla mobilitazione, proteste nei confronti del Governo. A stupirsi sono coloro i quali governano da 80 anni la nostra terra accettando esplicitamente e facendosi estremi difensori del sistema autonomistico. Ma non hanno il diritto stupirsi né tantomeno indignarsi come se si trattasse di un sopruso imprevedibile: lo Stato impone decisioni senza consultazioni preventive. Può farlo, lo fa. I politici sardo-italiani possono criticare, contestare nel merito, può rivendicare maggiore dialogo istituzionale ma non può fingere che si tratti di una violazione dell’autonomia. Perché l’autonomia, per definizione, non è sovranità.

E la classe politica al governo non ha neanche il diritto di chiamare alla mobilitazione dopo aver deriso e denigrato le persone che hanno scelto di scendere in strada contro la fabbrica della vergogna, che produce bombe e droni kamikaze a Domusnovas, destinati anche a Israele.

Per noi indipendentisti la Sardegna è una nazione senza Stato che, in prospettiva, ha diritto ad autodeterminarsi. La Regione Autonoma della Sardegna è invece un ente che fa parte integrante del sistema statale italiano. Non si tratta di un rapporto tra due soggetti sovrani che negoziano alla pari; si tratta di un’articolazione interna dello Stato. Quindi chi sceglie di governare nel quadro dell’autonomia accetta la gerarchia delle fonti e la supremazia statale. 

Cosa serve alla nazione sarda
Lavoriamo da decenni, con enormi difficoltà e volontariato politico disinteressato, per la creazione di coscienza nazionale e politica. Per la formazione di una nuova classe politica che agisca in nome e per conto degli interessi e delle necessità del popolo sardo. Siamo indipendentisti perché vogliamo applicare il principio di autodeterminazione e di sovranità nel quotidiano, giorno per giorno, non per dichiarare l’indipendenza domani ma per lavorare nella prospettiva di acquisizione di sempre più segmenti di sovranità, assumendoci responsabilità, oneri e onori.
Come abbiamo sempre scritto auspichiamo anche la nascita di un autonomismo di nuova concezione, un autonomismo nazionale sardo, sganciato dalle filiali sarde dei partiti italiani. Come ci insegna l’esperienza di altre nazioni senza Stato la stessa Regione potrebbe essere governata senza passività o subalternità. Per farlo servono persone in grado di compiere il salto logico e psicologico – prima che politico – dell’appartenenza alla nazione sarda. Una maturazione collettiva che porti alla capacità negoziale, all’autorevolezza istituzionale, al peso nei processi decisionali. Se si vuole tentare di evitare che lo Stato imponga le sue scelte bisogna incidere nei momenti in cui quelle scelte si formano, non limitarsi a protestare quando sono già state prese.