Trasporti. Il risveglio di Salvatore Deidda e l’odissea dei sardi

Ci sono voluti otto anni da parlamentare della Repubblica e quattro anni da presidente della Commissione Trasporti della Camera perché Salvatore Deidda si accorgesse delle condizioni disastrose del trasporto ferroviario in Sardegna.

È bastato un viaggio occasionale da Olbia a Cagliari per scoprire convogli sovraffollati, passeggeri in piedi, ritardi, disagi e spazi insufficienti per i bagagli. In altre parole, la normalità per migliaia di sardi.

Dopo avere raccontato la propria esperienza sui social network, il deputato di Fratelli d’Italia ha dichiarato che «i sardi meritano rispetto». Una frase che condividiamo pienamente. Proprio per questo ci chiediamo perché abbia aspettato così tanto tempo per accorgersi di una realtà nota a studenti, lavoratori, pendolari e intere comunità.

La verità è che la Sardegna esiste soltanto quando diventa utile alla propaganda. Per il resto dell’anno, i problemi dell’Isola restano esattamente gli stessi.

Per anni i sardi hanno denunciato ritardi, carrozze insufficienti, collegamenti inadeguati, infrastrutture obsolete e investimenti rimandati. Per anni nessuno li ha ascoltati. Oggi, invece, basta che un deputato sperimenti per qualche ora quello che migliaia di persone sopportano quotidianamente perché la vicenda diventi improvvisamente un caso politico da prima pagina.

Eppure stiamo parlando dello stesso Salvatore Deidda che, invece di utilizzare il proprio ruolo per difendere gli interessi della Sardegna, ha preferito dedicare tempo ed energie a battaglie ideologiche contro la lingua sarda e contro il riconoscimento della nostra identità nazionale (sarda).

La vicenda assume contorni ancora più paradossali se la si osserva insieme all’altra grande notizia di questi giorni: l’attivazione dei collegamenti in autobus tra Abbasanta e Nuoro, presentata dalla presidente della Regione come un risultato storico.

La realtà, però, è molto diversa. Nel 2026 Nuoro continua a essere l’unico capoluogo di provincia privo di un collegamento ferroviario adeguato. In qualsiasi altro Stato europeo questo sarebbe considerato uno scandalo politico. In Sardegna, invece, viene presentato come un successo.

È questa l’immagine più fedele del rapporto tra lo Stato italiano e la Sardegna: una terra alla quale vengono offerte soluzioni provvisorie e interventi di emergenza, mentre i problemi strutturali vengono rinviati all’infinito.

Si investe sulla gomma anziché sul ferro, si preferiscono le toppe alle riforme, si alimenta la dipendenza invece dell’autogoverno. E, a ogni avvicendamento della classe politica unionista, i rappresentanti sardi a Roma ricominciano da capo, tra promesse, annunci e fotografie.

Repùblica rifiuta questa logica coloniale. I sardi non hanno bisogno di compassione, né di visite occasionali da parte di parlamentari improvvisamente stupiti. Hanno bisogno di investimenti, di infrastrutture moderne e della possibilità di decidere liberamente il proprio futuro.

Noi immaginiamo una Sardegna dotata di una rete ferroviaria moderna, veloce ed efficiente, capace di collegare i territori interni, ridurre l’isolamento delle comunità e garantire a ogni cittadino il diritto alla mobilità.

Immaginiamo una Sardegna in cui le priorità vengano stabilite a Cagliari, a Nuoro, a Oristano o a Sassari, e non a Roma.

Immaginiamo una Repubblica di Sardegna nella quale i sardi non siano più costretti a ringraziare qualcuno per ciò che spetta loro di diritto.

E immaginiamo una classe dirigente che non abbia bisogno di un viaggio casuale in treno per accorgersi della realtà.